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Tutta l’attività cognitiva individuale è permeata dall’influenza dell’ordine simbolico. Non è possibile distinguere sapere empirico e sapere culturale, dati oggettivi da un lato e credenze tradizionali dall’altro. I processi cognitivi di base, quali la categorizzazione e la formazione di stereotipi, sono culturalmente determinati. È questo il tema delle radici culturali del pregiudizio. Se consideriamo però la cosa più a fondo, e ci rendiamo conto pienamente della pervasività dell’influenza della cultura, comprendiamo che non esiste un criterio puramente cognitivo per distinguere il giudizio dal pregiudizio. La differenza si istituisce su un altro terreno: quello del riconoscimento dell’altro e della sua identità culturale. Archiviata con la troppo facile gioia di tutti la generazione dei “giovani dal pugno chiuso”, ci siamo ritrovati con la “generazione degli abbastanza” così definita dalla relazione Eurisko del 1994 per passare alla “generazione Q” descritta dal tedesco Flasko Blask in Q come Caos nel 1995 per approdare al 1998 con la “generazione degli sqatter”. Noi, con Brera, l’adolescenza l’abbiamo già definita come Kairòs, il momento felice dell’esistenza e l’adolescente come colui che inaugura l’origine del senso, che sogna per descrivere ciò che è prima del tempo, per strappare la sua vita alla dissolvenza del tempo. È il Kairòs e ciò che accade in esso che fa essere gli adolescenti, strappando gli stessi ad Oblio, che altrimenti li dissolverebbe, mentre è Memoria che li possiede, rendendoli “entusiasti”. È questa possessione che sottrae l’adolescente al ritmo della vita quotidiana, alla scansione del tempo lineare, per portarlo in quella condizione di entusiasmo che è tipica di chi ha in sé un dio (dal greco en-theòs) e, specie l’adulto, sempre dimentica che nell’entusiasmo non parla più l’adolescente, ma il dio che lo abita così come la condizione di possessione e di entusiasmo permettendone l’altra variabile dell’adolescenza, di cui abbiamo già parlato in altri nostri lavori: la creazione. Sono queste tre realtà che dispongono l’adolescente a quella visione che già i greci chiamavano epopteia, che significa letteralmente “guardare al di sopra” e non “guardare indietro”, che è quello che tanti genitori, tanti adulti vorrebbero che i figli adolescenti, gli adolescenti facessero, dimentichi che “l’epopteia” ha la sua controparte nella cecità per le cose della terra a cui essi, noi adulti, siamo tanti legati. Solo così l’adolescente può porsi e pone domande per il contenuto e non per la forma, solo così egli si può orientare verso quel tempo che non è il passato ma il tempo originario, la realtà primordiale da cui è sorto il cosmo, che lo orienta al divenire, per cui tra presente e passato l’adolescente non distingue due tempi, ma due mondi: il mio (divenire) e il vostro (statico). È per questo che l’adulto quasi mai elogia l’adolescente, al massimo lo biasima, dimentico che Biasimo è il figlio della Notte ed è il fratello di Oblio. Notte, Oblio, Biasimo rendono muto il dio che è dentro l’adolescente che invece di continuare a divenire inizia così a convenire: Memoria non è più allora Dea Titano, sorella di crono e di Oceano, madre delle Muse, ma solo la sede dello stoccaggio di idee e costrutti mentali che con la “creazione” non c’entrano più nulla. Memoria cede il posto al così detto “senso della realtà”. Senso della realtà che non fa più “nutrire gli antenati”, per usare una bella espressione di Sperber (1974) cioè non rimuovere la nostra storia, anche se essa contiene pagini orribili, ma di portarne la responsabilità: perché una cultura si trasmetta, occorre non solo che qualcuno dica, ma anche che qualcuno raccolga il messaggio. Senso della realtà che ci fa assistere allo scontro tra la visione culturale dell’educazione e quello informazionale. Quest’ultima ormai domina i mass media dei nostri paesi prestandosi alle voglie di un marketing informatico invadente e sfacciato che vorrebbe affidare SOLO alle tecnologie la riforma della scuola ed il rinnovamento della società. Oggi gli adolescenti non gridano più rivoluzione, ma disperata rassegnazione che conoscono quanti non solo non credono che le cose possano cambiare, ma neppure che gli altri, gli adulti dell’informazione, della politica, della scuola, del mondo del lavoro, possono capire addirittura negando, questo adulto di oggi, oltre che la creazione, l’altro principio cosmico a cui tutta la scienza è legata: l’evoluzione. Proprio l’evoluzione, in quanto cambiamento dello stato attuale, implica infatti un senso, ed il senso un finalismo, ed il finalismo la speranza. La prima e più importante della quale è, a nostro parere, “senti, più che chiarirti in termini di razionalità e di riconoscimento, il senso del tutto”, “senti una vita pieno di futuro, ma un futuro pieno”. Qui il futuro dell’adolescente di oggi: rendersi sensibile ad una dimensione di reciproca comunicazione con l’adulto e ridurre lui, l’adolescente, non l’adulto le distanze planetarie che oggi esistono tra il mondo “verosimile” presentato ed il “vero” del mondo della vita adolescente.

Vincenzo Ovallesco

Magister ad honorem dell’Università Ambrosiana, Milano vovallesco@adolescentologia.it