Victor Frankl teorizza il suo modello, l’Analisi esistenziale e Logoterapia, per introdurre e valorizzare la dimensione noetica e la categoria relativa alla ricerca di un senso della vita. In particolare, Frankl individua due capacità tipicamente umane- autodistanziamento e autotrascendenza-, nel senso che potenzialmente (e strutturalmente) sono a disposizione di ogni individuo, ma cosi come qualsiasi altra risorsa soggettiva va promossa ed educata.

L’autodistanziamento rimanda alla capacità di essere consapevole e libero rispetto ai propri modelli operativi interni, acquisti nell’arco della vita e, in particolare, nelle relazioni familiari precoci. In tal senso, tale disposizione ha a che fare con una struttura di personalità elastica, flessibile, capace di adattarsi funzionalmente alle situazioni e di cogliere le esigenze proprie del «qui ed ora», dell’altro e della natura della relazione con lui. (vedi schema nell’ immagine) Al contrario, il fallimento a questo riguardo avrà a che fare con elementi di rigidità e con la tendenza a proiettare le proprie esperienze e i propri vissuti interni sulla realtà esterna. Ad esempio, una madre con bassi livelli di autodistanziamento si porrà rigidamente o apprensivamente nei confronti del proprio figlio, confondendo la propria percezione della realtà, incapace di oggettivare e distanziarsi dai propri obiettivi, progetti e convinzioni e finendo con l’imporli al proprio figlio o, comunque, all’altro nei vari contesti interpersonali.

Favorire la capacità di autodistanziamento mira a rendere la persona innanzitutto consapevole della sua storia familiare e di vita, nonché dei condizionamenti che ne sono conseguiti, quindi libera da tali esperienze, in modo da essere in grado di mettere in atto condotte più adeguate e funzionali al raggiungimento dei propri obiettivi e alla promozione del benessere personale e della qualità delle sue relazioni.

Ma la vera novità delle intuizioni frankliane riguarda l’aver individuato come il benessere esistenziale della persona sia anche legato all’essere consapevole del senso della propria vita e ad esso orientare la propria progettualità, le proprie decisioni e la propria condotta. In tal senso mira a promuovere anche la capacità di autotrascendenza, intesa proprio come l’orientare la propria esistenza a un valore, un compito o una persona da amare. Pertanto, lavorare sulla capacità di autotrascendersi della persona significherà essenzialmente tre cose:

  1. Affinare la propria coscienza, in modo che sia in grado di scoprire nei diversi eventi e situazioni, i significati coerenti con il senso della propria vita;
  2. Divenire consapevoli della propria gerarchia dei valori e ad essa orientare le proprie scelte;
  3. Accrescere la propria capacità di amare, intesa come il perseguimento del bene dell’altro amato.

A questo riguardo, in effetti, possiamo dire che la condizione peggiore è allorquando a una mancanza di autodistanzamento si associ anche la mancanza di autotrascendenza, intesa dunque come capacità di amare l’altro e/o ciò che ha veramente valore in senso altruistico e/o trascendente.

Se l’autodistanzaimento, pertanto, rimanda alla capacità di porsi come «liberi da» ciò che ci condiziona, compreso le esperienze del passato e i patterns interiorizzati a partire da queste, l’autotrascendenza implica invece, «l’essere liberi per», responsabili per amore o per l’adesione a un compito, a un valore che ci trascende, come può essere appunto quello della cura e della tutela stessa della vita umana del figlio e della sua dignità.

Devo dire per esperienza che raramente ho incontrato genitori che non amassero i propri figli, mentre più frequentemente mi è capitato di incontrarne di incapaci di prendere le distanze dai propri modelli, progetti e convinzioni circa cosa fosse giusto e cosa no, cosa i figli dovessero fare e cosa no. Se si dovesse applicare una macchina della verità alla stragrande maggioranza dei genitori, questi risulterebbero assolutamente sinceri e in buona fede nell’affermare: «Io amo mio figlio e desidero il suo bene»: E’ anche vero che proprio circa la questione di quale sia il reale bene del figlio, é stato evidenziato come possa intervenire una non sempre adeguata capacità di autodistanziamento (Bellantoni, 2014, pp. 13-14)

D’altra parte, va anche detto che l’attuale contesto socio-culturale sembra sempre più caratterizzarsi per un accentuato individualismo, egocentrismo, tanto che alcuni autori arrivano a parlare di una sorta di «narcisismo culturale», di ripiegamento su se stessi e sui propri interessi, dinamica che non risparmia neppure l’ambito delle relazioni familiari (Lasch, 1981; Lowen, 2014); De Gregorio, 2017).

In tal senso, è come se l’attuale clima culturale, che enfatizza il mito dell’apparire; oppure, una qualità della vita intesa come tenore di vita, come avere o fare piuttosto che come essere; come prestazione e come competizione, piuttosto che come solidarietà e cooperazione; come piacere fine a se stesso piuttosto che come impegno a crescere; come ricerca di sensazioni (sensation seeking), piuttosto che come ricerca di senso (sense seeking), si ponga come antagonista alla capacità di distanziarsi da sé e decentrarsi a favore dell’altro amato. In tal senso, anche la disponibilità ad accogliere un figlio o a ammetterlo al centro della propria attenzione risulta contagiata da questo atteggiamento di ripiegamento edonistico e individualistico.

Un simpatico aneddoto mi è stato raccontato alcuni giorni fa. Una mamma si reca a Gardaland con la figlioletta di 4-5 anni. Si avvicina a un’attrazione ricevendo l’informazione che la bambina è troppo piccola per accedervi. Al che la mamma- che, in base allo schema nell’ immagine, potrebbe essere collocata nel quadro «elastica-trascurante» magari in possesso di un discreta capacità di autodistanziamento ma che sembra rivelare una carente autotrascendenza- manifestamente delusa e guardandosi attorno, esclama: «E adesso a chi la lascio?!» Tale episodio sembra porsi quasi come manifesto programmatico dell’attuale stile di vita dell’adulto: «lasciare» i propri figli per non perdersi nulla delle «sensazioni» che possono essere «spremute» da questa vita. D’altra parte, si vive un sola volta e ogni lasciata è persa!

Lo schema presentato nell’immagine, in tal senso, mostra abbastanza chiaramente che un «genitore quasi perfetto» – per citare Bruno Bettelheim (1987) e ricordando che la perfezione non esiste- si caratterizzerà come tendenzialmente flessibile e promuovente il bene del figlio.

L’accoglienza e il supporto al nuovo progetto di vita di un figlio, da parte del genitore sono, quindi, facilitati dalla compresenza delle capacità di autodistanziamento, come condizione di relativa libertà dalla propria storia di vita, e di autotrascendenza, intesa come atteggiamento di una vita messa al servizio di un compito, di un valore o di una persona da amare.

Dr. prof. Vito Galante MD MA PhD -MA LD Hon

Bibliografia essenziale

Bellantoni, D. (2014) Ascoltare i figli. Un percorso di formazione per genitori, Trento: Erickson.
Bettelheim, B. (1987) Un genitore quasi perfetto, Milano: Feltrinelli.
De Gregorio, L. (2017) La società dei selfie. Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone, Milano: FrancoAngeli.
Frankl, V.E. (2015) Logoterapia e analisi esistenziale, Brescia: Morcelliana.
Lasch, C. (1981) La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Milano: Bompiani.
Lowen, A. (2014) Il narcisismo. L’identità rinnegata(1985), Milano: Feltrinelli.