Per superare le meschinità dell’individualismo è necessario pensare l’uomo come persona. E la persona è originariamente aperta agli altri. Ecco la pagina forse più famosa di Mounier:

“…La persona ci appare (…) come una presenza volta al mondo e alle altre persona, senza limiti (…).Le altre persone non la limitano, ma anzi le permettono di essere e di svilupparsi; essa non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri. La prima esperienza della persona e l’esperienza della seconda persona: il tu e quindi il noi, viene prima dell’io, o per lo meno l’accompagna. E’ nella natura materiale (alle quale parzialmente noi siamo sottomessi) che regna l’esclusione, in quanto uno spazio non può essere occupato due volte; la persona, invece, attraverso il movimento che la fa esistere, si espone, cosicché è per natura comunicabile, ed anzi la sola ad esserlo. E’ da questo fatto primitivo che bisogna partire: come il filosofo che si chiude nel pensiero non troverà mai un’apertura verso l’essere, cosi colui che si rinchiude nell’io non troverà mai una via verso gli altri. Quando la comunicazione si allenta o si corrompe, io perdo profondamente me stesso: ogni follia e uno scacco al rapporto con gli altri: l’alter diventa alienus, ed io a mia volta divento estraneo a me stesso, alienato. Si potrebbe quasi dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri, e, al limite, che essere significa amare. Queste verità sono tutto il personalismo, tanto che si usa un pleonasmo quando si definisce il tipo di civiltà cui esso tende come personalista e comunitaria. Esse affermano, di fronte all’individualismo e all’idealismo persistenti, che il soggetto non si nutre con un’autodigestione, che si possiede soltanto ciò che si da o ciò a cui ci si da, che non ci si può salvare da soli, né socialmente, né spiritualmente”.

In queste parole di Mounier è davvero riassunta la visione dell’uomo come persona, originariamente aperto agli altri. La Gaudium et Spes raccoglierà questa visione esprimendola in alcune formule efficacissime: “L’uomo per la sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere” (G.S., 12); “l’uomo… non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di se” (G.S., 24). E la controprova di questa natura comunionale dell’uomo e espressa da Fromm, quando afferma: “L’uomo diventerebbe pazzo se non riuscisse a rompere l’isolamento, a unirsi agli altri uomini, al mondo esterno. Il senso di isolamento provoca ansia; anzi è l’origine di ogni ansia”. Cosicché non gli altri sono l’inferno, come voleva Sartre, ma l’io solitario e chiuso all’amore è l’inferno.

Questa è la risposta di Dostoevskj nei Fratelli Karamazov: “…che cos’è l’inferno? Io penso che sia la sofferenza di non poter più amare”. Il mondo degli altri, certo, non e un mondo facile, non è “un giardino di delizie”: ha le sue durezze che richiedono l’impegno in una serie di atti che Mounier riassume cosi:

  1. a) Uscire da sé, cioè rompere l’egocentrismo: “La persona e un’esistenza capace di staccarsi da se stessa, di spodestarsi, di decentrarsi per divenire disponibile agli altri. Per la tradizione personalista (specialmente per quella cristiana) l’ascesa della rinuncia a se stessi è l’ascesa centrale della vita personale…”.
  2. b) Comprendere gli altri, cioè rompere il pregiudizio: “Cessare di pormi dal mio punto di vista per mettermi invece dal punto di vista degli altri…”.
  3. c) Prendere su di se, assumere le sofferenze e le gioie degli altri, cioè rompere l’indifferenza.
  4. d) Dare, cioè uscire dalla logica del calcolo per aderire alla logica dell’offerta : “La forza dello slancio personale non è rivendicazione (Individualismo piccolo borghese), né lotta all’ultimo sangue (esistenzialismo), ma generosità o gratuità, cioè, al limite, donazione totale senza speranza di ricambio. L’economia della persona è un’economia di offerta, non di compensazione o di calcolo”.
  5. e) Essere fedele, perché la fedeltà creativa è il criterio di verità di ogni amore: “fedeltà alla persona, amore, amicizia, sono perfetti soltanto nella continuità; quella continuità che non e un di più, una ripetizione uniforme come quella della materia o della generalità logica, ma un risorgere continuo. La fedeltà personale è una fedeltà creatrice”.

Ma il movimento della persona verso gli altri, questo “essere con” ed “essere per”, è autentico (e, alla fine, possibile) solo se ad esso corrisponde una capacità di raccoglimento, di intimità con se stessi.

 

Dr. prof. Vito Galante MD MA  PhD  -MA LD Hon