La persona, nel suo percorso evolutivo, sarà chiamata progressivamente a crescere in riferimento ad una personale capacità di libertà/responsabilità.

Il compito degli educatori sarà, quindi, quello di favorire tale processo di maturità, creando le occasioni opportune e facilitanti, tanto una condizione di libertà dai diversi condizionamenti quanto una capacità di assunzione di responsabilità alla luce di un proprio quadro di riferimento personale e un’individuale gerarchia dei valori.

La libertà e la responsabilità si presentano come facce di una stessa medaglia e pertanto finiscono l’una per dare valore all’altra: se da una parte ha senso parlare di responsabilità laddove l’individuo sia effettivamente libero da condizionamenti che ne pregiudicano una effettiva decisionalità, dall’altra la libertà priva di un orientamento responsabile diviene puro arbitrio.

Ogni atto umano non potrà mai prescindere da un’efficace educazione alla libertà/responsabilità, che rimanda necessariamente all’individuazione di un personale quadro di valori, capace, di rappresentare un chiaro sistema di riferimento in cui collocare la propria capacità decisionale.

Essere responsabili significa abilità a rispondere, rispondere all’appello che viene da una situazione, dal tempo che si vive, dalla storia, rispondere in ordine a qualcosa, ma è soprattutto rispondere a qualcuno e più ancora rispondere di qualcuno, tanto che si potrebbe addirittura affermare che senza il riferimento implicito o esplicito all’altro non c’ è responsabilità

Formare e rispettare una persona come responsabile significherà, quindi, non chiederle di meno e non chiederle di più, in relazione a quanto quella particolare persona, unica ed irripetibile, sarà effettivamente in grado di assumere, anche in termini di possibilità, in base, cioè, non solo a ciò che è, ma anche e soprattutto in riferimento a ciò che il soggetto può ed è chiamato a divenire.

Un adeguata educazione alla responsabilità rimanda anche ad un’educazione alla decisionalità. Purtroppo, quest’ultima è spesso confusa, nella prassi educativa in ogni ambito e livello, con un’illusoria e controproducente educazione a non sbagliare, una educazione all’inerranza, in realtà molto diversa da un’educazione alla capacità di prendere decisioni.

In tal senso, mentre quest’ultima contemplerà l’errore e, chiaramente, l’assunzione di responsabilità circa le conseguenze, l’altra finirà con il proporre un modello difficilmente attuabile – chi può dire, infatti, di non sbagliare mai? – e capace, paradossalmente, di motivare piuttosto verso atteggiamenti di ritiro e fuga.

L’educazione alla responsabilità richiede necessariamente, a meno di eccezioni confermanti la regola, la presenza di genitori(educatori) a loro volta responsabili tenendo conto che in particolare gli adolescenti sono altamente recettivi sia alla cultura che li circonda che al comportamento dei modelli che vedono a casa, a scuola e nei mezzi di comunicazione di massa.

Bisogna, anche, sottolineare la tendenza da parte dei genitori, a evitare il più possibile ai figli quelle situazioni e quelle esperienze che potrebbero rappresentare un motivo di fatica e/o sofferenza.

Appare quanto mai evidente come tale atteggiamento, sostitutivo e non rispettoso della responsabilità e delle effettive possibilità dei figli, possa rappresentare nel tempo un involontario fattore ostacolante la crescita e lo sviluppo di competenze funzionali ai compiti evolutivi e a un sano adattamento sociale ed esistenziale.

(…) nella famiglia e nella società vi è uno slittamento dai codici affettivi “paterni” della tradizione (la regola, il valore, l’autonomia), a vantaggio di un maggiore investimento sui codici affettivi “materni” (la cura, l’affetto, la tenerezza). (…)

Negli adolescenti attuali prevale l’ideale dell’io rispetto all’istanza del super io, sono sempre più dediti al culto di sé, della loro bellezza e della loro riuscita. (….)

Molti di essi sono stati cresciuti come “cuccioli d’oro” della famiglia, oggetti di investimento narcisistico da parte di genitori ansiosi ed iperprotettivi, che non di rado vivono i limiti, i difetti e i fallimenti dei figli come se fossero i propri. (Bruzzone ,2011)

Ecco che, allora, a mano a mano che crescono le potenzialità del soggetto in educazione, genitori e formatori dovranno essere capaci di alzare il livello dell’asticella , onde favorire prestazioni sempre più adeguate e rispondenti alle esigenze di sviluppo, piuttosto che fare in modo che l’individuo possa continuamente  fuggire e d evitare di misurarsi con esperienze sempre più impegnative, sperimentando tensioni legate naturalmente  al confronto con situazioni più complesse e , appunto responsabilizzanti.

In questo senso l’educatore è chiamato ad essere un pace-maker(battistrada), piuttosto che un peace- maker(pacificatore), in grado di esporre le persone in educazione ad una giusta fatica, ad una funzionale sofferenza a una positiva tensione

Alla luce di quanto esposto, appare evidente come amare il proprio figlio- e più in generale il soggetto in educazione- implicherà necessariamente un educazione alla responsabilità che deve essere considerata certamente uno degli obiettivi fondamentali della crescita personale e, pertanto, di qualsiasi azione educativa che voglia qualificarsi come tale.

Il compito dell’educazione non è quello di trasmettere delle conoscenze e delle nozioni, ma piuttosto di affinare la coscienza in maniera tale che l’uomo possa scorgere le esigenze di senso racchiuse nelle singolo situazioni ed evitare di cadere nelle trappole del conformismo e dei totalitarismi.

Tale concezione dell’educazione, da intendersi, come educazione alla responsabilità rende capaci di agire in una maniera che sia libera da ciò che potrebbe condizionare la condotta e libera per la realizzazione di un compito o di un valore o la relazione con una persona amata.

In questo senso, l’educazione, in quanto formazione alla responsabilità, si qualifica ultimamente come un’educazione ai valori