Esiste una forma del donare che si differenzia sia dal do ut des assimilabile all’utilitarismo, sia dal dono disinteressato, eticamente puro, che consiste nell’elargizione generosa, senza la minima attesa di contraccambio, anzi che prevede perfino di rinunciare al contraccambio.

La pratica del dono simbolico, si contraddistingue per il fatto che il donatore attende e spera, senza esigerlo, un riscontro libero da parte di chi riceve, non per utilità propria o tornaconto, ma per instaurare con l’interlocutore un legame, un reciproco riconoscimento.

In questa forma di donare, che comporta anche il rischio consapevole della mancata riconoscenza, ciò che conta non è l’ammirevole disinteresse di chi dona e neppure il benessere di chi riceve, neppure l’utilità quantificabile di un guadagno, ma l’instaurarsi di un rapporto.

Il dono, in questo caso, è scambio simbolico, uno scambio cioè che ha come finalità essenziale quella di unire, di creare alleanza, coesione. Per questo è essenziale a questo donare il triplice movimento del dare, del ricevere e del restituire. In questo senso, non c’è davvero dono, nascita di una relazione di mutuo riconoscimento, con il solo movimento unilaterale del dare. Bisogna che il dono dia riconosciuto dal donatario, o ricevente, ed è altrettanto essenziale che questa accettazione si manifesti e si compia nell’atto della restituzione. Un dono elargito, ma non accolto e non restituito, non istituisce relazione, non crea alleanza (che per sua natura è bilaterale), non è simbolico.

Dobbiamo anche aggiungere che questa restituzione non necessariamente deve essere rivolta al donatore originario. L’importante è che il dono, una volta accolto, avvii in chi lo riceve un analogo movimento di donazione, in modo che altri ricevano dalla sua pienezza ricevuta. In fondo ciò che conta in questo tipo di scambio è che sia conservata la corrente della donazione, che il donare non si fermi e non ristagni, ma susciti altri legami a macchia d’olio crei ponti e reti.